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Milano / Ambasciator… e chi porta pena

Nemmeno nelle ambasciate le condizioni di lavoro sono rose e fiori. Anzi, lavoratrici e lavoratori si rivolgono al sindacato più di quanto si possa immaginare
9 gen. – Il lavoro nelle ambasciate può essere molto, molto difficile. Si possono subire ritorsioni, magari perché ci si è rivolti al sindacato. L’ultimo episodio è capitato al consolato degli Emirati arabi uniti. Secondo Vito Romito, Fp Cgil Milano, il licenziamento dell’autista personale del console è solo l’ultimo atto di uno scontro nato dopo che il lavoratore si era rivolto alla Cgil per il riconoscimento dei suoi diritti. La categoria ha chiesto un incontro al console e valuterà le azioni da intraprendere. La giurisprudenza del lavoro all’interno dei consolati è materia complessa. “Non esiste un contratto collettivo – spiega Romito – ma una Disciplina firmata dalle organizzazioni sindacali e dai ministeri degli Esteri e del Lavoro, che si rifà al Protocollo di Vienna e che dovrebbe essere applicata in tutte le sedi diplomatiche. Dovrebbe, ma non è sempre così. In tanti preferiscono applicare contratti individuali. E anche qualora applichino la Disciplina, succede che trattino male i dipendenti”. Come è capitato all’ambasciata del Kuwait: due persone licenziate, una vertenza aperta sugli straordinari e il rifiuto totale di relazionarsi ai sindacati. Per Romito è anche una questione culturale: “In gran parte dei paesi arabi non esistono organizzazioni sindacali. Non accettano il fatto che qualcuno possa contrattare sulle condizioni di lavoro”. Ma i problemi nascono anche nelle ambasciate dei paesi dove i sindacati esistono eccome. “Facciamo quel che possiamo, con tutte le difficoltà del caso, per questi lavoratori”, conclude Romito. (aa)
angela.amarante | 09 gennaio 2019, 10:07
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