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Carcere di Bollate / Un ‘modello’ che si sta sgretolando?

La Fp Cgil interviene sull’aggressione, domenica 3 febbraio, ad opera di due detenuti su un agente dell’istituto penitenziario milanese
6 feb. – Al detenuto, che già aveva fatto 6 mesi in prova come collaboratore di giustizia, è stata risparmiata l’aggressione da parte dei due ‘colleghi’ che poco prima avevano invece assalito con lamette e forbicina, per poi imbavagliarlo e richiuderlo in cella, un poliziotto penitenziario. È successo domenica 3 febbraio, attorno alle 22, al carcere di Bollate. Come racconta Giuseppe Di Raimondo, delegato Fp Cgil, il poliziotto stava riaccompagnando in isolamento i due detenuti, dopo averli portati in infermeria, quando è stato aggredito e rinchiuso. “I due uomini gli hanno sottratto le chiavi e hanno iniziato ad aprire le celle mentre i detenuti le richiudevano, presumibilmente per evitarsi altri guai” continua Di Raimondo. Il penitenziario racchiude circa 1200 detenuti. “La domenica pomeriggio però gli agenti penitenziari in servizio sono in numero ridotto, poco più di una ventina” aggiunge il delegato. È da qui che parte Calogero Lo Presti, coordinatore regionale Fp Cgil Lombardia, per ‘suggerire’ che forse nel ‘carcere modello’ di Bollate, non mancando agenti assistenti “a differenza di tanti altri istituti penitenziari” (mentre si conferma anche qui la media regionale del 60/70% di carenze di sottufficiali) il problema è organizzativo. “Va ripensata la gestione dei lavoratori se si verificano criticità a loro danno in alcuni giorni! E poi, per la salute e sicurezza di tutti, agenti e detenuti, vale anche qui il detto: prevenire è meglio che curare!” sostiene. Lo Presti, come già Di Raimondo, sottolinea anche il ruolo agito dall’agente del reparto vicino che, capita la situazione, mentre il collega imbavagliato urlava, ha dato l’allarme per fermare i due detenuti ed evitare il peggio. “Capita a volte che ci scherniscano quando ribadiamo che i polpen con spirito di abnegazione adempiono al loro compito. Ma chi lo fa non sa i rischi che corriamo quando i detenuti decidono di attaccarci. Le loro condizioni di vita nelle carceri, anche psichiche ed emotive, possono condizionare la nostra sicurezza sul lavoro, la nostra incolumità personale. È triste e purtroppo un dato di realtà da considerare sempre”.
Per questo il segretario della Fp Cgil Milano, Cesare Bottiroli, fa appello al mandato costituzionale della carceri che devono “essere luoghi per rieducare i detenuti” e non per farli perdere definitivamente alla e dalla società. Sono e devono restare persone. Ma lo sono anche le lavoratrici e i lavoratori della polpen e così il dirigente sindacale lo precisa: “hanno diritto alla loro salute, sicurezza e incolumità psico-fisica. Di tutto questo, in una visione di sistema, non si dovrebbe scordare mai per prima l’Amministrazione Penitenziaria”.
tiziana.altea | 06 febbraio 2019, 09:23
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