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Pensioni / Cgil: adesso risposte concrete

Martedì 10 luglio un’iniziativa nazionale per fare il punto sullo stato dell’arte in tema previdenziale e rilanciare la piattaforma unitaria

3 lug. – “Pensioni: adesso risposte concrete”. Con questo titolo, a Roma, martedì 10 luglio la Cgil nazionale organizza un’iniziativa al Centro Congresso Frentani che sarà introdotta, alle ore 10, dal segretario Roberto Ghiselli, e conclusa, attorno alle 13, dalla segretaria generale Susanna Camusso. Un appuntamento voluto per fare il punto sulla partita previdenziale e ridare slancio alla piattaforma sindacale elaborata a livello unitario. “La Cgil chiede di mettere in campo una campagna informativa sulle pensioni e con il patronato Inca si mette a disposizione per colmare le carenze conoscitive che le lavoratrici e i lavoratori purtroppo hanno ancora su questa intricata materia. Verrebbe da dire: se non lo sai in pensione non ci vai” sostiene Claudio Tosi della Fp Cgil Lombardia. Quali, tra i temi che saranno affrontati il 10 luglio, ritieni importanti? “La flessibilità. Un tema molto sentito e in gioco con la legge di bilancio 2018 è la proposta, per andare in pensione, di quota 100. Noi chiediamo di abbassare l’età anagrafica, dai 64 anni che ipotizza il governo a 62, con 38 anni di contributi. Nell’ipotesi invece dei 41 anni di contributi, la Cgil vuole siano sganciati da condizionamenti quali l’età anagrafica minima, un massimale di 3 anni figurativi (per maternità, permessi sindacali, ecc.) e il calcolo contributivo per chi nel 1995 aveva già 18 anni di versamenti e che potrebbe essere penalizzato di parecchie centinaia di euro da un conteggio solo contributivo a partire dallo stesso anno. Ipotesi che giocherebbe contro, in particolare, a chi è stato disoccupato, in cassa integrazione, o in malattia” precisa Tosi. E non bisogna battere il martello sul sistema di calcolo? “Sì, va messo assolutamente in discussione il criterio della speranza di vita che nel contributivo penalizza soprattutto i giovani e le donne. Sull’opzione donna poi abbiamo un chiodo fisso, anche come categoria: le lavoratrici devono avere la possibilità di andare in pensione con 35 anni di contributi. E il lavoro di cura va riconosciuto alle donne”. Com’è invece la questione del 2,8 e dell’1,5? “La Cgil chiede di superare la logica di questi vincoli. Chi, con 20 anni di contributi, vuole uscire con l’anticipata, può farlo a 63 anni e 7 mesi e con una pensione che sia 2,8 volte il valore dell’assegno sociale, cioè 1268,40 euro. Idem per la vecchiaia: servono almeno 20 anni di contributi, 66 anni e 7 mesi di età e 1,5 volte il valore dell’assegno sociale, cioè 679,50. Ma queste cifre saranno difficili da raggiungere per chi ha avuto bassi salari o carriere discontinue” afferma il sindacalista. Mentre sull’ape social? “Va non solo prorogata ma anche ampliata alla categoria dei lavori gravosi, rimasti ancora a quota 15 nonostante da tempo sia stata istituita la Commissione che entro settembre potrebbe consegnare al Parlamento l’ipotesi di allargamento. E auspichiamo sia così”. Si continua però a mettere in discussione la tenuta del sistema Inps. “Chiediamo di separare i costi dell’assistenza da quelli della previdenza. L’assistenza interessa 4 milioni di posizioni, sui 18 complessivi, e potrebbe aumentare. Per il reddito di garanzia dove si prendono le risorse? Dalla fiscalità generale o dall’Inps? Sarà tutta una partita da giocare” replica Tosi che, proprio perché di sola pensione vivranno in pochi, insiste nel perorare il rafforzamento della previdenza complementare.
tiziana.altea | 03 luglio 2018, 11:10
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